“Addio mia amata Cassie. Mi sento in colpa a provare dolore ma anche gli animali sono affetti”

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Questo articolo è stato pubblicato su Huffpost Uk ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Non so come piangere per la perdita che ho subito.

Vivo a New York, uno degli epicentri della pandemia di Coronavirus – e ho appena perso la mia cagnolina.

I media pullulano di foto e notizie che raccontano la devastazione – i furgoni che trasportano cadaveri, le fosse comuni di Hart Island, gli ospedali improvvisati per accogliere il flusso continuo di pazienti in gravissime condizioni. Ogni giorno porta con sé nuove brutte notizie sulla pandemia – altri ammalati, altri morti. Ma questo non rende meno dolorosa la mia perdita.

Riluttante all’idea di scrivere della morte del mio cane sui social, l’ho detto solo a qualche amico. Sono perlopiù comprensivi, mentre altri si sono dimostrati insensibili.

“Ne prenderai un altro?”, mi hanno chiesto tre di loro.

“Ti mando un link per le adozioni”, mi ha proposto il vicino.

Quando sono morti i miei genitori, ho osservato la Shiva, ho acceso delle candele e ho recitato il Kaddish secondo la tradizione ebraica. Il lutto è durato dodici mesi. Per la morte di un animale domestico non esistono pratiche religiose.

Quando l’abbiamo adottata in un rifugio del posto, quattordici anni fa, abbiamo deciso di chiamarla Cassie. Per Steve, mio marito, è stato amore a prima vista. Vivace, spavalda e affettuosa, era un cocker spaniel marroncino e bianco con delle zampe enormi che la facevano sembrare un cucciolo anche da grande.

Nel giro di un mese, è diventata il mio cane. Le nostre personalità si somigliavano e, come me, anche lei adorava fare nuove conoscenze. Forse anche grazie ai trucchetti che le avevo insegnato. “Qua la zampa”. “Alzati e fai un giro su te stessa”. “Sdraiati”. Una sequenza che eseguiva alla perfezione, per poi ricevere un biscotto in premio.

Era un cane da terapia certificato, e spesso andavamo a far visita ai residenti di una casa di riposo. “Ha il pelo morbidissimo”, le diceva ammirata una donna mentre lei e gli altri ospiti accarezzavano Cassie, condividendo aneddoti sui loro amati amici a quattro zampe.

Cinque anni dopo, sia mio marito che Cassie hanno ricevuto una diagnosi di cancro – Steve, un tumore alla gola al quarto stadio e Cassie un carcinoma dei mastociti. Entrambi curati con esito positivo. Tuttavia, il veterinario di Cassie mi aveva avvertito: “State attenti, il suo sistema immunitario è compromesso”.

Non poteva più fare da cane da terapia, ma a parte questo non ha perso un colpo. Passeggiando per le strade affollate dell’Upper West Side, i passanti spesso si complimentavano: “È bellissima”

“Lasci che le mostri quello che sa fare”, rispondevo io.

E allora si fermavamo ad ammirare Cassie che eseguiva le sue mosse.

“È sorprendente”, mi dicevano spesso i bambini.

Durante la terapia oncologica di Steve e, qualche anno dopo, durante un intervento chirurgico per la sostituzione di una valvola aortica, che per poco non l’ha ucciso, io e Cassie siamo diventate ancora più inseparabili. Era la mia ancora, la mia integrità mentale, il mio cuore.

Come tantissime morti in questo momento, anche la sua è stata improvvisa.

Due giorni prima che a New York entrasse in vigore la quarantena, Steve ha annunciato: “Porto Cassie dal tosatore. Chissà quando ne riavremo la possibilità”.

“Metti la mascherina. Sei un soggetto a rischio”, gli ho detto porgendogli una mascherina rimediata mesi fa al pronto soccorso, quando è stato ricoverato per polmonite.

Un’ora dopo, il toelettatore ci ha chiamato in preda al panico. “Dobbiamo portare subito Cassie dal veterinario. Non respira.”

Il medico ha fatto arrivare un’ambulanza veterinaria che ci ha portato alla clinica per animali.

“Steve, va’ a casa”, ho detto a mio marito. “Non sei al sicuro.”

In ambulanza, Cassie è andata in crisi respiratoria. Una volta arrivati in ospedale, l’operatore l’ha portata dentro in tutta fretta. Un’infermiera mi ha invitata ad accomodarmi in una stanza privata per rispettare il distanziamento sociale. Dopo quella che mi è sembrata un’eternità, una veterinaria mi ha comunicato: “Cassie sta un po’ meglio. Stiamo facendo degli esami. Non c’è motivo di restare qui. Vi chiamo io.”

Mi sono lavata le mani all’erogatore di igienizzante dell’ospedale e ho percorso i quasi cinque chilometri che mi separavano da casa perché avevo troppa paura di prendere i mezzi pubblici.

Dopo qualche ora, la veterinaria ha chiamato.

“Ha la laringe semiparalizzata”, ha detto. “Non riesce a respirare da sola e ho dovuto intubarla. Le serve una tracheotomia. Ma le possibilità che sopravviva sono pochissime.”

Voltandomi verso Steve, in preda al panico, gli ho chiesto: “Che dobbiamo fare?”

Col volto rigato di lacrime, mi ha risposto. “È arrivato il momento di dirle addio.”

Nei nostri 44 anni di matrimonio, abbiamo adottato altri animali e siamo sempre rimasti al loro fianco quando ci hanno lasciato. Stavolta non è andata così.

“Non possiamo andare in ospedale. È troppo rischioso”, ho detto col cuore a pezzi.

Perciò, Cassie è morta circondata da sconosciuti – un’immagine che ora non mi fa dormire la notte.

Piango spesso – singhiozzi ansimanti che non riesco a controllare – ma poi mi fermo. Devo fare del mio meglio per restare forte e in salute. Altre volte, mi sento in colpa per il dolore intenso che provo per questo lutto e dico a me stessa che era solo un cane. In questo momento, tantissime persone stanno morendo in circostanze impensabili. La loro morte non conta forse di più?

Chi ha un amico a quattro zampe è grato della sua esistenza. Persino Franklin Roosevelt cercava il conforto del suo piccolo Terrier nero, Fala, mentre guidava la nazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Fala dormiva ai piedi del letto di Roosevelt, lo accompagnava nei suoi viaggi, ed è stata seppellita accanto al presidente e a sua moglie nella loro proprietà di Hyde Park.

La vita dei nostri animali domestici ha un valore – anche loro contano! – sebbene spesso la società banalizzi il nostro rapporto con loro. E anche se sento che non dovrei soffrire per la morte di Cassie in modo così intenso e doloroso – soprattutto durante una pandemia che vede accadere cose terribili – la sua vita e la sua scomparsa mi hanno toccata nel profondo, forse proprio a causa del COVID-19.

Mi manca tantissimo. Accoccolarmi contro la sua pelliccia calda e accarezzarle le lunghe orecchie morbide mi dato conforto in passato, e adesso lei non è più qui ad aiutarmi a superare questo periodo così strano e terrificante. Non so davvero cosa fare senza di lei, e sento di non poter piangere come vorrei perché la gente lo ritiene assurdo, stupido e immeritevole di un sentimento simile. 

Forse quando la vita tornerà alla “nuova normalità”, mi sentirò più a mio agio all’idea di parlare della mia perdita e iniziare una lenta ripresa. Posterò sui social le mie foto preferite di Cassie e le metterò in mostra per tutto l’appartamento. E quando a Riverside Park sbocceranno i fiori, spargerò le sue ceneri lungo il sentiero che ci piaceva tanto percorrere insieme e piangerò senza vergogna né sensi di colpa.

Fonte https://www.huffingtonpost.it/entry/addio-mio-amato-cane-mi-sento-a-provare-tanto-dolore-ma-anche-gli-animali-sono-affetti_it_5ebe72cdc5b6500cdf66ba66?utm_hp_ref=it-animali

5 pensieri riguardo ““Addio mia amata Cassie. Mi sento in colpa a provare dolore ma anche gli animali sono affetti”

  1. E’ proprio così’, quando si soffre per la perdita di un animale, spesso si viene giudicati male dalla gente che ci circonda, ma solo da quelli che non hanno mai provato l’amore per un animale e l’amore dell’animale stesso … è vero, a queste persone sarà risparmiato almeno questo tipo di dolore, ma non avranno neanche la fortuna di essere amati incondizionatamente come solo un animale sa fare.
    In ricordo di tutti i pelosetti che hanno arricchito la mia vita più o meno a lungo e che ora sono per sempre nel mio cuore.

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  2. Fue anni fa è morta la mia cagnolina, la mia figlia, un pezzo della mia vita. Aveva solo 2 anni. Nessuno capisce che dolore sia stato. E tutti a dirmi di prendere un altro cane. Ma che ne sanno loro di cosa si prova a perdere una figlia? Non poter mangiare per settimane, affacciarti alla finestra e non vederla più. E il mio cagnolino depresso oer un mese e si è ripreso solo grazie al fatto che io piangevo e non ho mai nascosto il mio dolore. Quindi io posso capirti. E non posso capire il distacco che invece mostrano le persone che non hanno mai avuto un animale come figlio e forse non hanno mai vissuto una morte. L’anno prima era morto mio padre e per me il dolore è stato lo stesso. Ma nessuno ha capito questo. 🙁

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    1. io ti capisco ma, ti prego, apri il tuo cuore ad un altro angelo, magari di quelli sfortunati che sono abbandonati in canile; non pensare al dolore di quando ci lasciano ma a tutto quello che potrete fare assieme; non vederla come una sostituzione perchè la tua cagnolina rimarrà per sempre con te e un giorno riuscirai a ricordarla col sorriso. Un abbraccio

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      1. Io ho ancora il mio cagnolino, che è rimasto solo dopo la morte della compagna, e quindi ho già un animale. Ho anche 6 gatti e non posso sfamare altri amici pelosi.

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